donatella tramontano

Benvenuta Francesca!

July 31, 2009 da donatella tramontano   Commenti (1)

A Francesca, Maria e Guido
tanti tanti tanti tanti tanti tanti tanti tanti tanti tanti tanti tanti
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tanti tanti tanti tanti tanti tanti tanti tanti tanti tanti tanti tanti
AUGURI!!!!

jazz cucina

July 8, 2009 da donatella tramontano   Commenti (0)

Luciana Squadrilli sul Gambero Rosso

Jazz ritmo di ... vino
Daniele De Michele, alias il “gastrofilosofo-dj” salentino Donpasta.selecter, lo incontriamo per una chiacchierata nella platea del Teatro Eliseo a Roma, poche ore prima della performance conclusiva di Soul Food, manifestazione da lui ideata (dice che l'idea gli è venuta mangiando una parmigiana di melanzane) che ruota intorno agli aspetti ambientali, sociali e culturali del cibo. Subito dopo tornerà in Francia, dove vive e lavora.
Paolo Fresu, trombettista jazz di fama mondiale, lo abbiamo invece intercettato telefonicamente all'aeroporto, in partenza per Parigi, e poi in studio di registrazione a Bologna.
È lui a firmare la prefazione del nuovo libro di Donpasta, Wine Sound System, dai primi di giugno in libreria. La loro collaborazione (e amicizia) è nata qualche tempo fa in occasione del Festival Time in Jazz che Fresu organizza ogni estate da 22 anni nella sua Gallura.
In comune hanno le origini rurali in quell’Italia “minore” che invece, grazie a personaggi come loro, spesso ci dà lustro ben oltre i confini nazionali, ma anche la passione per la musica, per la Francia e, non ultima, quella per il cibo e il vino. Che, a sentir loro, è imprescindibile dalla musica.
«Mi piace il cibo semplice, adoro la cucina regionale italiana. Per me la buona tavola è fondamentale – racconta Fresu – Prima di un concerto devo mangiare. Se mangio male mi intristisco, se invece mangio bene suono meglio. Star bene a tavola, bere con gli amici, aiuta a rilassarsi ed è un piacere fisico e mentale, proprio come la musica. Molti miei colleghi stranieri non lo capiscono, mi prendono in giro e dicono che noi italiani pensiamo sempre a mangiare. Sarà, ma lo trovo un bellissimo difetto».
«A me, come a Paolo, interessa soprattutto l’elemento conviviale – dice Daniele - Il vino è da sempre uno strumento di socializzazione. Ma è anche una forma di “resistenza culturale”, un prisma per osservare dinamiche culturali e sociali come l’influenza del mercato sulle scelte dei produttori e sui gusti dei consumatori. Quello che mi interessa sono le storie di produttori-contadini che lavorano a modo loro, spesso senza enologi, e che hanno un profondo rapporto con la terra. Perché fare vino, alla fine, è un atto creativo proprio come fare musica».
Già, la musica. Se nel libro Daniele si è divertito ad abbinare vini e ritmi tra i più vari (per esempio il Frappato di Arianna Occhipinti si associa ai suoni punk dei Beastie Boys), il jazz sembra essere il genere più vicino al vino.
“Vino e jazz sono in sintonia e inseguono lo stesso percorso storico e creativo. Sono mondi universali oggi difficilmente collocabili che parlano una lingua senza geografie: quella del suono e del gusto” scriveva Paolo Fresu nella presentazione di Cookin' Jazz, edizione del Festival dedicata all'enogastronomia.
«È raro trovare un musicista jazz che non ami il buon bere, e non è un caso: la ricerca di una bottiglia d’annata è come quella di un vecchio vinile. Un disco originale di Charlie Parker può dare lo stesso piacere di una bottiglia numerata: si assaporano nello stesso modo, quasi religioso, con una “degustazione” attenta a cogliere sfumature ed emozioni».
Ma per Paolo le affinità non finiscono qui: «Il vino, come il jazz, è universale, lo si può apprezzare in tutto il mondo ferme restando le specificità culturali: io sono sardo e non posso suonare come Wynton Marsalis (famoso trombettista jazz di New Orleans, ndr), ma posso aggiungere qualcosa della mia cultura nel mio modo di fare musica. E poi, come il jazz una volta era considerato una musica colta, intellettuale, e oggi è sempre più popolare, anche il vino si è democraticizzato: ormai sono due linguaggi universali».
Non a caso, ricorda, la “geografia culturale” di entrambi è fatta di percorsi inversi tra Europa e America, di contaminazioni tra ritmi e barbatelle, di semi che attecchiscono nel Vecchio e Nuovo Mondo dando risultati ogni volta unici.
Ma veniamo al dunque: rosso o bianco, e soprattutto: Italia o Francia nel bicchiere? Fresu si dichiara amante dei rossi corposi, con una predilezione sempre più convinta per gli italiani che, dice, negli ultimi anni sono cresciuti molti proprio come il jazz di casa nostra.
«Io sono un bevitore curioso – afferma Daniele – da rossista convinto, grazie all’esperienza di Wine Sound System ho amato molto alcuni bianchi biodinamici come quelli di Leon Barral e Angelino Maule.

Nel libro prevalgono i vini piemontesi: hanno un che di francese nella costruzione del gusto ma mantengono uno spiccato carattere legato al territorio, e un profondo rispetto della terra. Alla fine sono quelli che più mi corrispondono, ma si tratta sempre di vini particolari, niente Barolo e Barbaresco. Per il resto, ci sono francesi, siciliani, pugliesi... Se non avessi messo almeno un Negramaro non sarei più potuto tornare in Salento!».

Altro punto in comune tra il Dj e il musicista è la grande sensibilità ambientale: da sempre Donpasta si occupa – anche per il suo “altro” lavoro da economista – di tematiche inerenti allo sviluppo sostenibile.

Attenzione condivisa da Paolo: il suo Festival, che già da alcuni anni è legato alla sensibilizzazione ambientale, da quest’anno avrà un’impronta ecologista ancor più netta con iniziative volte a limitare l’”impronta ecologica” della manifestazione e una raccolta fondi per l’emergenza idrica in Angola. Il tema del 2009 infatti, che inaugura un ciclo dedicato ai quattro elementi, è l’acqua.

Un controsenso?

Non proprio: «L'acqua prelude al vino – dice Fresu - ed entrambi sono legati ai temi della terra e della vita».
Wine Sound System. La musica nel bicchiere
Dopo il successo del precendente libro Food Sound System (30 Ricette del mediterraneo annaffiate di buon vino e buona musica), Donpasta ha deciso di riproporre il gioco degli abbinamenti musicali con il vino, cercando di rendere questo mondo, talvolta percepito come elitario e un po' snob, alla portata di tutti. Lo affianca un esperto di vini che si cela dietro lo pseudonimo di Candide (termine usato in Francia per chi si avvicina al mondo della degustazione). Insieme, hanno selezionato 30 vini tra italiani e francesi – non i soliti noti, ma bottiglie che fossero espressione profonda del territorio e del rispetto della terra e con un buon rapporto qualità/prezzo - a cui abbinare una musica sulla base di suggestioni sensoriali o del tutto personali. I risultati sono talvolta sorprendenti per lo stesso Donpasta che, giocando il ruolo del “bevitore sprovveduto” procede un po' per stereotipi, puntualmente smentiti da Candide. Così, si scopre che un bianco strutturato può essere più rock di un rosso, o che un vino di Olivier Jullien, vigneron biodinamico della Languedoc, secondo lo stesso produttore ben si abbina ai ritmi ripetitivi della moderna musica elettronica, seppure quella insolita e “meticcia” del dj britannico Fink. Talvolta alle degustazioni sono abbinati anche piatti o ricette, ma al di là dell’aspetto epicureo quel che interessa è soprattutto raccontare le storie delle persone all’origine dei vini e l’imprescindibile rapporto tra vino e natura, basato sul rispetto: da qui la presenza di molti vini biodinamici e biologici, ma soprattutto di viticoltori “fuori dal coro”, lontani dalla standardizzazione del gusto enologico.

Wine Sound System. Vino e musica
di donpasta.selecter, prefazione di Paolo Fresu
Kowalski Editore
prezzo 11 euro
www.kowalskieditore.it
www.donpasta.com

Traveling Martini Cocktail Set, you cannot afford not to have it!

July 6, 2009 da donatella tramontano   Commenti (1)

The traveling Martini set is perfect for making cocktails for two no matter where you may be! It has a fully insulated bottle holder so your spirits will maintain the perfect temperature, and contains all of the stainless steel accessories that you will need to prepare your favorite cocktails. Whether you feature this item in your home or on an outing, this is definately a item that people will talk about and want for themselves. It resounds with quality and sophistication, and makes the ideal gift for yourself or others!

Components: 2-Acrylic Martini glasses, 1-Shaker, 1-Jigger, 1-Tongs, 1-Strainer, 1-Corkscrew, 1-Fork/Spoon Stirrer, 1-Premium Cocktail Carrying Case
$75

Set da viaggio per Martini cocktail
Il set da viaggio per Martini è perfetto per preparere un cocktail per due dovunque siate! E' composto da un contenitore completamente termo-isolato in modo che le bottiglie manterranno manterranno la temperatura ideale e e contiene inoltre tutti gli accessori di acciaio che servono a preparare il tuo cokctail preferito. Sia che lo usi in casa o per una gita, è un oggetto di cui tutti parleranno e vorranno avere. Il set parla di qualità e di raffinatezza e rappresenta un regalo perfetto per te e per gli altri.
Componenti: 2 bicchieri da Martini in materiale acrilico, 1 Shaker, 1 misurino, 1 pinza, 1 colino, 1 cavatappi, 1cucchiaio/forchetta per miscelare, 1 borsa.
$ 75

C'è qualcuno che pensa veramente di poter andare in vacanza senza?

e Luis Buñuel dove lo mettiamo?

July 5, 2009 da donatella tramontano   Commenti (1)

Luis Buñuel e il Martini
Luis Buñuel, grande estimatore di martini, pare scegliesse gli esterni dei suoi film a seconda della qualità dei Martini serviti in zona...,amava dire : il Martini è il potere dell’immaginazione. Non a caso nel “Il fascino discreto della borghesia” i borghesi che cercano inutilmente il pasto perfetto, bevono il dry. Per questa grande passione nella sua autobiografia “My last sigh” Buñuel ha dettato le regole esatte per ottenere un dry martini. Un raggio di sole deve trapassare una bottiglia di vermouth (e intende solo il fine, quasi senza dolcezza e stupendamente sensibile Noilly Prat), prima che essa si scontri con il gin. Lo spirito del vermouth semplicemente si infonderà con la sua grazia nel liquido trasparente, per dar vita all’immacolato e molto dry martini. Con religioso rispetto, come se fosse una nuova Arca dell’Alleanza, Buñuel depone l’assoluta ricetta per il dry martini. Dice allora: “ecco la mia ricetta personale, frutto di lunghi ed elaboratissimi esperimenti, garantita per i suoi risultati perfetti. Prima che arrivino i vostri invitati, mettete tutti gli ingredienti, bicchieri, shaker e gin in frigorifero. Utilizzate un termometro per accertarvi che il ghiaccio stia a 20° sotto lo zero – il ghiaccio deve essere molto ghiacciato e duro, cosicché non si sciolga... non esiste niente di peggio che un martini annacquato. Non togliete niente dal frigorifero, finché non siano arrivati i vostri invitati. Allora, fate sgocciolare poche stille del Noilly Prat e mezzo cucchiaino di Angostura bitters sopra il ghiaccio. Mescolate e poi scolate il liquido tenendo solo il ghiaccio, che manterrà il tenue gusto di entrambe. Versate il gin sul ghiaccio, agitate di nuovo lo shaker e servite".

Here is The King

July 2, 2009 da donatella tramontano   Commenti (5)

"Il Martini cocktail è una filosofia di vita" Xavier de la Muela, Dry Martini Bar, Barcellona.

Oltre ad essere il mio cocktail preferito il Martini è argomento serissimo. Comincio con un classico. Anche se..

8/10 di gin
2/10 di vermouth dry
1 oliva verde
ghiaccio a cubetti
Preparazione

Esitono molti gin e molti vermouth: i più adatti per creare un perfetto martini dry sono il gin London Dry e il vermouth Martini extra dry
Per questo cocktail è sconsigliato l’uso dello shaker, mentre è più adatto il mixing glass con filtro.
La procedura è questa: trasferire il ghiaccio nel mixing glass, farlo ruotare un po’ e colare l’acqua che si fosse eventualmente sciolta sul fondo. Poi aggiungere il vermouth e infine il gin. Mescolare per pochi secondi fino a raggiungere il cosiddetto “punto di cottura” cioè il momento in cui il cocktail è ben freddo ma non allungato.
A questo punto trasferite subito nel bicchiere; naturalmente il bicchiere più adatto è la classica coppetta da cocktail, non a caso chiamata “coppetta Martini“. Questa andrebbe raffreddata bene in freezer prima di trasferirvi il cocktail.
La decorazione tradizionale del Martini dry è l’oliva verde snocciolata (possibilmente) e infilzata in uno stuzzicadenti. Alcuni richiedono il cosiddetto “lemon twist” cioè una spruzzata di scorza di limone sulla superficie.

...sempre a proposito di birra

June 28, 2009 da donatella tramontano   Commenti (3)

Il mio amico Michele Grieco, grande sax e appassionato di cucina, nonchè scienziato di fama internazionale, mi ha dato tempo fa questa ricetta che ho sperimentato con successo.

Polpettone con pere e birra

Ingredienti
3/4 di carne macinata (se vi va anche misto bovino suino)
1/2 sfilatino raffermo
3 uova
parmigiano
3 pere
1 l di birra chiara
olio
pere
sale

Mescolare carne, la mollica del pane raffermo (ammorbidita nell'acqua e ben strizzata), le uova, il parmigiano, il sale e dare la forma del polpettone.
Rosolare il polpettone in modo uniforme in poco olio e quindi aggiungere le pere a dadini, coprire con la birra e far cuocere a fuoco dolce.
Quando il polpettone sarà cotto toglierlo dal tegame e far stringere ancora un poco il sugo che deve avere una consistenza cremosa. Passare il sugo la mixer, affettare il polpettone e servire caldo.
Se avete voglia e tempo guarnite con fette di pera glassate e salate.

Le albicocche di Shangri-La

June 21, 2009 da donatella tramontano   Commenti (5)

Ve lo ricordate “Orizzonte Perduto” il film di Frank Capra del 1937 tratto dal romanzo di John Hamilton? Un gruppo di occidentali fugge dalla Cina in rivolta, l’aereo precipita sull’Himalaya e scoprono la l'idillica comunità chiamata Shangri-La e…La valle descritta nel romanzo è la Valle degli Hunza al confine tra la Cina ed il Pakistan. Sull’ antico tracciato della via della seta, si snoda in paesaggio secco grigio e austero di neve e granito, la spettacolare Karakorum Highway dove le cime tra i seimila e i settemila metri non hanno nemmeno un nome, troppo basse, non interessano nessuno.

Poi per incanto il paesaggio si trasforma in un’ oasi magica con prati verdissimi, seminati a miglio e orzo e frutteti dal colore arancione. La valle è abitata dagli Hunzakut, una piccola comunità dalle origini misteriose, molto longeva e resistente alle malattie. I miti e le leggende sulle straordinari caratteristiche di questa popolazione, che conta un numero incredibilmente elevato di centenari “ di successo”, si sono intrecciati con studi scientifici per carpire il segreto di “Shangri-La”. Vegetariani per necessità gli Hunza si nutrono di cereali, ortaggi e frutta, bevono l’acqua dei ghiacciai e osservano un periodo di digiuno (obbligato) in primavera, quando tutte le scorte di cibo si esauriscono. La caratteristica più interessante della cultura agricola degli Hunza è forse la coltivazione e il grande consumo in ogni stagione dell'albicocca, frutto dalle molte virtù che ha permesso a questo popolo di sopportare gli stenti e le privazioni di una vita difficile, con lunghi inverni. Durante le «primavere di fame» il cibo di resistenza e transizione sono le albicocche, seccate l'estate precedente sui tetti.

E delle albicocche si usa tutto, dal nocciolo, infatti, si estrae un olio mentre la parte legnosa viene usata come combustibile. Non so quanto la suggestione influenzi il nostro sentire ma tra i volti sorridenti nelle bianche stradine di Biltit, tra il verde lussureggiante delle terrazze coltivate sullo sfondo delle cime più alte del mondo, si percepisce un equilibrio antico tra uomo e natura fatto di rispetto e amore. Il segreto di “Shangri-La”?

Grandi chef addio???

June 20, 2009 da donatella tramontano   Commenti (2)

Ho trovato questo articolo interessante e ho pensato di condividerlo con voi. Sta veramente cambiando qualcosa?

Grandi chef addio, va in onda il cuoco fai-da-te di Giuseppe Marino dal Giornale sabato 20 giugno 2009, 07:00
Adios Ferran Adrià, goodbye Gordon Ramsay, ciao ciao Vissani. Le nuove star della cucina internazionale sono mamme con le mani, letteralmente, in pasta. Non usano la fiamma ossidrica per scolpire carote e ravanelli, a caviale e tartufo preferiscono branzino e insalata fresca. E soprattutto, mangiando i loro piatti forse si ingrassa ma almeno non dimagrisce il portafogli.
Il fenomeno della cucina fai-da-te è internazionale quanto quello della Gastronomia, con la G maiuscola proprio come il conto da pagare. Anzi no, più che internazionale è glocal, per dirla alla moda: globale, perché davvero non conosce confini, e allo stesso tempo locale perché gli adepti del nuovo culto da tavola prediligono i cibi nostrani.
La tv, soprattutto quella più popolare e generalista, riflette il fenomeno: perfino in Inghilterra, Paese che da sempre si porta appresso una pessima fama culinaria, ora i programmi di ricette totalizzano audience che nemmeno la finale di Champions league. In Italia da anni gode di successo la «Prova del cuoco» sulla Rai e il Tg5 ha abbattuto la barriera tra news e lasagne inserendo la rubrica «Gusto» nell’edizione delle 13. Ma la vera portavoce dell’ultima rivoluzione delle nostre abitudini mangione è Benedetta Parodi, la giornalista che conduce lo spazio «Cotto e mangiato» all’interno del telegiornale di Italia 1. Ogni giorno all’ora di pranzo (per chi vive al Sud) e del caffè, per i nordici, Parodi assembla in quattro e quattr’otto un piatto della mamma davanti alle telecamere. E fa sembrare tutto facile. O forse facile lo è davvero: tutto sommato per portare a tavola i suoi spaghetti mollica e acciughe basta essere in grado di fare un soffritto. Il web conferma: sui forum è pieno di testimonianze di aspiranti casalinghe e casalinghi che confessano di seguire il programma e scaricare le ricette dal sito. Le puntate meno riuscite? Quelle in cui la chef-giornalista si allontana dalla tradizione e dalla semplicità per avventurarsi sull’esotico. Perché l’essenza della nuova e dilagante filosofia gastronomica è che possiamo tutti essere gourmet, pure se con la fame di Aldo Fabrizi e l’abilità alle pentole di Lucrezia Borgia. Andare a mangiare fuori diventa sempre più un lusso, la cena conviviale torna più spesso tra le pareti domestiche e anche chi di solito pasteggia col sugo al pesto da supermarket vuole invece stupire gli amici.
Preparando in casa, e all’italiana si ha anche la sensazione di mangiare più sano. E la nostra cucina regionale del resto aiuta. A Zurigo è diventata «cibo di conforto» per i banchieri derelitti: con la pesante crisi che ha colpito il settore finanziario in molti hanno perso il posto. Ed essendo gli yuppies della Borsa i migliori clienti, i ristoranti del centro hanno dovuto licenziare il 10 per cento del personale. Tutti tranne «Il Giglio» e gli altri ristoranti tipici della città, dove se non prenoti non mangi. È l’incrocio tra credit crunch e slow food.
Ma è nel Regno Unito che il vento della cucina fai-da-te è diventato un ciclone. I giornali di mezzo mondo hanno raccontato della Regina che allestisce l’orto a Buckingham Palace seguendo il consiglio di Michelle Obama. Ma in realtà la verdura cresciuta in casa in tutto il regno è già una mania. Che in molti hanno trasformato in business, spuntano praticamente ovunque i cosiddetti «farmer market», punti vendita dove si possono acquistare direttamente i prodotti di allevatori e agricoltori britannici, che si stanno dando da fare per sviluppare prelibatezze «Doc». Anche qui il successo passa per la televisione. È il caso di Geoff Parker, da quindici anni maestro nella preparazione di formaggi. Ma è solo quando è apparso su Mtv e un conduttore gli ha appioppato il nomignolo di «Doctor Cheese» che è diventato una celebrità e la sua «Kent cheese company» è decollata

Vita da “Limou”

June 15, 2009 da donatella tramontano   Commenti (3)

Se state pensando ad una cena super speciale o una serata pazza in giro per bar la macchina è spesso un problema, dal parcheggio a qualche bicchiere in più. Piuttosto che costringere voi o uno dei commensali ad una serata da astemio, con qualche dollaro in più ecco la vostra splendida “Limou” che vi accompagna, vi aspetta e vi riporta a casa tranquilli e rilassati. Problema del “palloncino” risolto con il solito pragmatismo americano. Gli chauffers, mediamente pezzi di marcantoni silenziosi, eleganti, sorridenti, riservatissimi e rigorosamente sobri, diventano gli angeli custodi di notti un poco speciali. La pratica, ormai consolidata da decenni negli USA, non è ancora molto diffusa da noi, almeno non per i comuni mortali. Eppure, sarebbe un modo intelligente di limitare drasticamente gli “effetti dannosi” dell’alcool, specialmente il sabato sera.

...perchè se si deve fare si deve fare!!